Rinnovabile non è solo solare!

Quando si parla di energie rinnovabili, tanto forte è stato negli ultimi anni il condizionamento mediatico, che questo concetto viene immediatamente associato ai pannelli solari, termici o fotovoltaici che siano.

Tuttavia è assolutamente necessario ricordare che questi oltre che a costituire solo una parte delle energie rinnovabili nel loro complesso, questa parte non è affatto quella preponderante, almeno come “peso” energetico.

Va ricordato infatti che, alla luce della Direttiva 2009/28/CE (Direttiva “RES”) e delle Leggi 96/2010 (conversione della Direttiva 28/2009) e DL 28/2011 (“Decreto rinnovabili”), sono classificate come energie rinnovabili l’energia eolica, solare, aerotermica, geotermica, idrotermica e oceanica, idraulica, biomassa, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas.

Quindi il solare rappresenta solo una delle voci che compongono il gruppo delle energie rinnovabili. Una ulteriore importante distinzione andrebbe fatta sul come viene resa disponibile l’energia, ovvero se sottoforma di energia elettrica (e quindi con necessità di interfacciamento alla rete tramite opportuni strumenti di conversione, controllo e misura, che vanno a diminuire il contributo reale al sistema elettrico) oppure sottoforma di energia termica, sicuramente meno sfruttabile ad ampio raggio ma caratterizzata da efficienze di produzione ben più elevate. Pensiamo a titolo di esempio che per produrre energia elettrica abbiamo certamente a disposizione i pannelli fotovoltaici, ma l’efficienza di questi non supera nella più ottimistica ipotesi un 15%. Acquisteremmo mai una caldaia con efficienza 15%? Io credo di no. L’alternativa ovviamente è utilizzare i processi di combustione per produrre calore (e quindi energia termica, ancora una volta) e da questa elettricità. Ovviamente questo processo ha i suoi costi energetici (qualunque combustione per ragioni fisiche ha sempre efficienza inferiore al 100%, poi bisogna considerare l’impianto di conversione in energia elettrica), ma l’efficienza dell’impianto nel suo complesso raggiunge valori spesso prossimi al 90% (se si riutilizza con impianti cogenerativi il calore prodotto nel processo termico). Anche nell’ipotesi peggiore di sola produzione di energia elettrica l’efficienza a livello europeo si posiziona attorno al 40%, decisamente superiore al 15% raggiungibile dai migliori pannelli fotovoltaici (che per inciso costano un occhio).

A questo aggiungiamo qualche altro dato, gentilmente messo a disposizione da Terna Spa, riguardo alla produzione elettrica nazionale, che vede ancora protagonista il termoelettrico con il 77,2% della produzione, seguito dal 17,5% di idroelettrico e dal restante 5,3% che comprende il geotermico (ad alta temperatura, quello utilizzato per generazione elettrica), l’eolico e il fotovoltaico. Direi che a fronte di incentivi per miliardi di euro il 5,3% (che va comunque decurtato del contributo geotermico, che non gode di incentivi e pesa sicuramente molto di più a livello di contributo energetico) è un po’ pochino.

Poi leggo articoli dai toni trionfali perché un lungo tratto di barriera antirumore autostradale (A22, località Isera (TN)) è stato realizzato tramite pannelli fotovoltaici integrati nelle barriere. Io, che per inciso sono un motociclista, conosco molto bene in quanto poco tempo la mia giacca da moto da rossa diventa nera come l’asfalto per via di tutto il particolato, la polvere e il materiale vario che ci si accumula sopra. I brillanti esecutori di questo impianto avranno pensato al fattore di sporcamento dei costosi pannelli installati, in grado di decimarne il rendimento nel brevissimo volgere di qualche settimana? Oppure avranno previsto tutte le necessarie costose operazioni di pulizia di qualcosa come 1 km di pannelli fotovoltaici, con l’opportuna frequenza? Oppure semplicemente avranno fatto affidamento sugli onnipresenti e sproporzionati incentivi?

Estremamente interessante a questo punto risulta considerare il settore termico, con particolare riguardo all’edilizia.

Studi di settore hanno evidenziato come in Europa il 40% delle emissioni di CO2 provenga dagli edifici. Non solo, a livello europeo vengono sprecati 270 milioni di € di energia. Come ultimo dato, consideriamo che nel 2050, l’80% degli edifici che occuperemo saranno edifici costruiti oggi.

Anche solo questi tre numeri ci aiutano a capire come, nel settore edilizio, ci sia un immenso potenziale di risparmio economico ed energetico tuttora non sfruttato e che, anzi, se sottovalutato rischia di compromettere pesantemente il nostro futuro (una casa costruita oggi solo sulla base degli incentivi più o meno abbondanti e non di una progettazione davvero sostenibile dal punto di vista energetico ed ambientale è destinata a presentare un conto sempre più salato nel corso del tempo).

Proprio in questo settore si sono sviluppate nel corso degli anni competenze sempre più vaste, e spesso di matrice completamente italiana, data anche l’eccellenza riconosciutaci a livello europeo nel settore edilizio.

Perché quindi non considerare il contributo, enorme per entità e valore, che già da subito le fonti rinnovabili termiche sono in grado di fornire alla collettività?

Come già per il fotovoltaico il legislatore (DL n. 28 del 03/03/2011) ha riconosciuto che sono molti piccoli impianti a fare la differenza e non pochi impianti enormi (che comportano costi elevati e grandi impegni di superficie), così per gli impianti termici alimentati da fonti rinnovabili viene riconosciuta la necessità di imporre per ogni edificio di nuova realizzazione che una parte crescente del fabbisogno energetico complessivo sia fornita tramite energia rinnovabile.

Già da oggi infatti il legislatore impone che il 50% del fabbisogno previsto per la produzione di acqua calda sanitaria sia soddisfatto con fonti rinnovabili, ma per l’immediato futuro a questo criterio si aggiungerà una percentuale crescente (20% per il 2013, 35% per il 2016, 50% dal 2017) dell’intero fabbisogno energetico (riscaldamento, condizionamento e acqua calda sanitaria) da coprire attraverso energie rinnovabili.

Per raggiungere queste percentuali le fonti rinnovabili elettriche già oggi non sono lontanamente sufficienti, incentivi o non, in quanto l’energia non si produce con gli incentivi, ma con la ricerca, la tecnologia e l’industrializzazione e la diffusione di questa.

Il legislatore crede talmente nel progresso raggiunto dalle fonti rinnovabili termiche e nel loro contributo da aver previsto di quintuplicare il contributo delle rinnovabili termiche rispetto alla quota odierna, e da aver previsto un apposito “conto energia termico”, i cui criteri di accesso sono già stati definiti, anche se mancano i decreti attuativi, proprio allo scopo di accrescere la diffusione di questo approccio allo sfruttamento ottimale dell’energia. Va ricordato che ad oggi il settore delle rinnovabili termiche, a differenza dei ricchissimi cugini elettrici, pur garantendo ritorni molto più rapidi degli investimenti e costi di investimento molto più ridotti (o forse proprio per questo), non ha ricevuto un solo euro di incentivi.

Perché, non dimentichiamolo, ridurre il fabbisogno energetico vuol dire non solo benessere ambientale e risparmio economico, ma anche maggiore indipendenza dagli approvvigionamenti energetici esteri, siano essi carbone, petrolio o gas, e maggiore diversificazione dell’approvvigionamento energetico.

Una vera coscienza ecologica non può più considerare la sola energia rinnovabile solare elettrica come risorsa per il futuro, è necessario ampliare l’orizzonte e la tecnologia delle rinnovabili termiche ha da tempo raggiunto la maturità e la sostenibilità necessarie per affrontare e vincere la sfida dell’energia di domani.

  • Bruna Andrini

    Condivido le opinioni espresse nell’articolo. Poiché sono “la signora Maria -populista-” con scarsissime conoscenze sulle fonti energetiche alternative, mi piacerebbe ricevere approfondimenti ecc.Grazie

    • ROBUR S.p.A.

      Buongiorno,
      ben volentieri… la materia è però piuttosto vasta quindi ci servirebbe capire cosa le piacerebbe approfondire.