Fonti fossili e rinnovabili: diamo una prospettiva realistica

Fonti fossili e rinnovabiliTra gli eventi di Bergamoscienza 2010, evento culturale che annualmente viene proposto nella città di Bergamo, e che vede la partecipazione di importantissimi scienziati nelle più varie discipline (compresi diversi premi Nobel), ho avuto il piacere di assistere alla relazione dell’Ing. Umberto Vergine, Senior Executive Vice President della divisione ricerca di ENI Spa, che aveva come tema “Energia e sostenibilità: un matrimonio possibile”.

Già, perché cosa possiamo definire veramente sostenibile?

Una definizione può essere questa: sostenibile è ciò che è allo stesso tempo ambientale, equo ed economico.
Quindi niente tecnologie nemiche dell’ambiente, ma neppure tecnologie solo alla portata di pochi, tantomeno se bisogna essere miliardari per poterle applicare. Questo per tradurre in parole povere la definizione.

Come diceva già il rapporto Bruntland del 1987 (in tempi “non sospetti” per le fonti rinnovabili): “Sostenibile è ciò che soddisfa i fabbisogni del presente senza compromettere l’analoga possibilità per le generazioni future”.
Già da questa semplice definizione capiamo quanto la nostra vita reale riesce ad essere distante dal concetto di sostenibilità, in molti più ambiti di quello che crediamo.

Come già detto, la soluzione non è da cercare in improbabili, futuristici e ancora oggi costosissimi sistemi (come ad esempio le celle a combustibile o l’utilizzo dell’idrogeno), ma nelle più semplici applicazioni quotidiane, che sono quelle che sommate tra loro fanno davvero la differenza.

Ma andiamo con ordine.

A livello europeo per ogni kWh di energia utilizzata produciamo circa 350 g di CO2. Non è poco, e già su questo valore possiamo fare molto.

Se analizziamo i consumi energetici mondiali tra il 2003 e il 2008, questi sono cresciuti del 15%, con un aumento del carbone che ha sfiorato il 50%, seguito dal gas a +22% e dal petrolio a +16%. E le rinnovabili che fine hanno fatto, con tutto ciò che è stato investito (spesso senza alcun ritorno economico) da molti paesi? La risposta è un misero aumento del 2%.

Ovvio che la maggior parte di questo aumento dei consumi è dovuto ai paesi asiatici, Cina in primis, che da sola contribuisce con il 37% di quel 50% di aumento dell’uso del carbone.
Per dare un’idea di cosa fanno i paesi OCSE, basta rilevare che nel 2008 l’81% della produzione energetica deriva ancora da fonti fossili.
Ma certamente il futuro sarà diverso, con tutti gli investimenti, gli studi, l’avanzata del solare…
I numeri sono una doccia fredda: nel 2030 (…non proprio domani…) si stima che a livello mondiale l’80% dell’energia deriverà ancora da fonti fossili. Salvo l’ingresso di nuove tecnologie per ora non prevedibili o una mutazione radicale dell’economia mondiale, allo stesso modo per ora non prevedibile, il mix energetico rimarrà quindi sostanzialmente immutato rispetto ad oggi, rendendo di fatto impossibile diminuire le emissioni di CO2 grazie ad una ridistribuzione tra le fonti di energia.

Quali sono i problemi da risolvere (che spiegano il perché del trend del mix energetico)?
Bisogna prima di tutto garantire l’accesso all’energia a quella vastissima parte di popolazione (3,6 miliardi di persone) che ne è tuttora priva, e che si arrangia come può con strumenti e tecnologie che sono agli antipodi dell’efficienza energetica (ma per loro è questione di sopravvivenza!).
Le economie emergenti hanno spesso abbondanza di fonti fossili a basso costo e la cui tecnologia è diffusa e a sua volta poco costosa (pensiamo ad esempio al carbone). È ovvio che in mancanza di adeguati stimoli (interni o internazionali) saranno portate a utilizzare la fonte energetica più economica senza tenere in alcun conto la salvaguardia ambientale (Cina docet, ma anche gli USA non sono da meno).

Il risparmio energetico è lo strumento essenziale per raggiungere la sostenibilità senza appesantire i bilanci economici ed energetici sia delle economie industrializzate che di quelle emergenti. Questo, abbinato all’estensione dello sfruttamento del gas naturale (individuato come fonte energetica “ponte” per un futuro senza carbonio, e, secondo l’autorevole parere del MIT, migliore fonte energetica fossile per la produzione di elettricità), permetterà di incidere già adesso sui tassi di produzione della CO2 in attesa che a livello globale maturino tecnologie e coscienze per entrare a pieno titolo nell’era della decarbonizzazione.

In questo senso è essenziale sviluppare e utilizzare il più diffusamente possibile tecnologie che, sfruttando le fonti tradizionali di energia, siano già da adesso in grado di assicurare un concreto risparmio energetico.
Le tecnologie attuali hanno spesso il problema dell’efficienza (pensiamo ai pannelli solari termici, che raramente arrivano al 40%, e ai pannelli solari fotovoltaici, che si posizionano attorno al 10%) e dell’economicità (pensiamo al costo di realizzazione di un impianto solare, specie in assenza di incentivi). Le tecnologie che vogliono essere competitive per risolvere i problemi di domani devono risolvere entrambi questi problemi, senza dimenticare che la tecnologia deve essere disponibile oggi perché i suoi effetti si possano in qualche modo “sentire” tra qualche anno (o decennio). Tecnologie, per quanto promettenti, che non sono ancora uscite dai laboratori o sono ancora in fase prototipale, non possono essere considerate la soluzione del problema. Il tempo è un fattore essenziale se l’azione deve essere incisiva.

Pensiamo allora, ad esempio, alle pompe di calore a gas, la cui tecnologia è già disponibile da diversi anni, ed è quindi ampiamente testata, queste utilizzano fonti energetiche tradizionali, ampiamente diffuse e dal costo sostenibile, permettendo consistenti risparmi energetici, di emissioni e di costi di esercizio, a un costo di acquisto assolutamente accessibile. Non possiamo quindi che trovare in esse uno dei possibili strumenti per realizzare questo essenziale obiettivo del risparmio energetico, vera “fonte di energia” del nuovo millennio.